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John Scofield, liquidità neuronali

9 May, 2010 Live, Musicologia 1 Commento
scofield

Basterebbe portarsi a casa, in un angolo remoto dell’epitalamo, alcuni fraseggi di “The guinness spot” per poter afferrare con un colpo d’occhio, anzi d’orecchio, buona parte della musica di John Scofield. Un Jazz d’autore che porta i segni delle esperienze vissute al fianco di Miles Davis. Le influenze della musica soul e i tanti sodalizi con Pat Metheny, Bill Frisell e Jim Hall (tanto per citarne alcuni) hanno costituito l’ossatura di questo musicista originario dell’Ohio.

Suonare all’Auditorium di Roma per Scofield è un momento importante. Qualche litigio con i cavi dello strumento elettrico, qualche incertezza durante alcuni momenti solistici e poi le note languide, serene, morbide e tanto liquide della sua chitarra. Si passa da reinvenzioni sonore di brani costruiti da Charlie “Bird” Parker, fino a piccoli saluti a Dizzy Gillespie e John Coltrane. La carrellata è gradevole, sottile. Da vivere, anche all’aria aperta, lungo viali notturni. Sopiti, una brezza serena scivola lungo le corde della chitarra, contrabbasso, batteria e pianoforte.

Il quartetto c’è e si sente. Il percorso è a bivi, basta scegliere. l’ascolto per i puristi porta anche sott’acqua, per quanto alcune distorsioni risvegliano danze passionali. E’ tutto dentro un cassetto. Lo apri e scegli. l’alternativa la trovate su alcuni dischi di Scofield. Un esempio? l’ultimo lavoro, “Piety Street”, profuma di musica Soul da cima a piedi. Fatto.

Vino da abbinare: La spuma viva del Malvasia di Castelnuovo Don Bosco DOC – Cascina Gilli 2009. Scivola liquido, rosso rubino, in bocca, scivola via. Un vino, dolce e aromatico. Stop.

Fotografia: Francesco Desmaele

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L’universo fantascientifico dei Weather Report

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Dietro i Weather Report, c’è l’ombra indissolubile di Miles Davis, del Free Jazz e della “svolta elettrica” delle blue note. Ma nei Weather Report c’è anche e soprattutto il forte legame artistico tra Wayne Shorter e Joe Zawinul. Quel bollettino meteorologico che racconta storie immaginifiche, predice percorsi musicali che nascono dal nulla per poi cercare, in un continuo divenire, il loro libero sfogo. Il “panta rei” della musica Jazz è racchiuso in questo disco, secondo episodio dei Weather Report e datato 1972: “I Sing the body electric”. L’avventura a bivi si apre con un soldato sconosciuto (Unknown Soldier), un viaggio nel futuro e nello spazio più profondo; la storia di una guerra che prende vita a mille galassie di distanza dalla nostra. Sono le percussioni di Dom Um Romão, appena arrivato nel gruppo, che descrivono con minuzia di particolari timbrici, scontri epocali di navi stellari. Da quel momento le percussioni saranno un elemento fondante della musica Jazz dei Weather Report e di molti altri gruppi a venire.
Il corpo elettrico ispirato dai racconti di fantascienza scaturiti dalla penna di Ray Bradbury, percorre una strada a due direzioni. Il vinile di allora, infatti, mostra un primo lato inciso in studio denso di suoni ricercati; quella “novità” elettrica di cui sia Zawinul che Shorter furono grandi pionieri. Il rovescio della medaglia, invece, ci porta verso una performance live – registrata in Giappone – completamente differente. Alle orecchie di chi ascolta si materializza un viaggio nell’improvvisazione e nei ritmi tribali, dove l’unica chiave è la ricerca. Le note fluttuano in un intreccio continuo e i medley dal vivo reggono il passo appesi alle tastiere di Zawinul; persino il Sax di Shorter cambia voce e approda alle sonorità elettriche. Quel Cry baby che già Davis aveva “osato” attaccare alla sua tromba, trova spazio in più di uno strumento. Il Jazz, dei Weather Report dunque attacca la spina e lo fa in grande stile, in barba ai puristi e al conservatorismo più bigotto che mai si sarebbe aspettato di vedere una così forte partecipazione alla musica dei Weather Report. “I sing the body electric” va ascoltato nota per nota; ed è bello tornare a ripetere qualche passaggio perduto poi ritrovato qualche minuto più avanti.

Vino da abbinare: per i Weather Report torniamo a degustare un vino abruzzese. Nello specifico ci addentriamo nei profumi del Montepulciano d’Abruzzo DOC, cantina Masciarelli, Marina Cvetic 2005. Perfetta sintonia tra il profumo di viola e di un frutto caldo e morbido, di spezie pungenti ed affascinanti. Sarà sorprendente scoprire quella punta di cacao a fine bicchiere.

La chicca: The Moors, scritta da Wayne Shorter, apre con una chitarra dodici corde. L’introduzione è eseguita da Ralph Towner, leader degli Oregon.

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Aldo Bassi Quartet, the cream of Jazz

5 March, 2010 Live, Musicologia 1 Commento

A volte il Jazz apre degli spazi temporali che prescindono dai momenti e dai luoghi in cui si ha il piacere di ascoltarlo. Tra il pubblico e i musicisti si crea un rapporto naturale e intimo, un legame indissolubile che solo la routine può interrompere. Ebbene, la sera del 3 marzo al Museo del Corso a Roma, uno di questi spazi ha preso forma e sostanza regalando emozioni in note. Protagonista della serata è Aldo Bassi Quartet. Un quartetto di musicisti dalle doti inconfondibili, per un salto nel passato del Jazz rivisitato in chiave moderna secondo le trame che le blue note oggi stanno intrecciando. Aldo Bassi suona quasi tutti i pezzi con la sordina, accorgimento tecnico che sperimentò Miles Davis e che ancora oggi dona allo strumento un timbro unico e sensuale. Non mancano i momenti in cui la voce della sua tromba risuona “senza freni”, un pezzo su tutti: “My Funny Valentine”, storico brano del ’37 divenuto poi uno Standard attraverso gli arrangiamenti di Chet Backer e dello stesso Miles Davis.

Aldo Bassi ripercorre alcuni dei pezzi del grande trombettista americano senza intaccare lo spirito e la forza delle canzoni che lo hanno reso famoso, ma infondendo nuove impressioni sonore. Prendono vita così brani storici come “Milestones”, “Blue in Green” e “If i were a bell”. La musica suonata dal quartetto racconta in special modo il periodo in cui la tromba di Miles Davis era affiancata dal sax di John Coltrane, in un viaggio “one shot” ricco di emozioni. Al fianco di Aldo Bassi ben si amalgamano il drumming soffuso e spiccato di Pietro Iodice, batterista sensoriale dal tocco unico, il Piano di Alessandro Bravo, che sorregge trame e filamenti di note in un susseguirsi di dinamismi, mentre il contrabasso di Stefano Nunzi ritaglia spazi solistici cadenzati e ricchi di variazioni tematiche. Qualche nota dedicata ai bambini spunta fuori all’improvviso e strizza l’occhio alla colonna sonora di Biancaneve e i sette nani. E’ “Some day my prince will come” il brano che avvicina anche i più piccoli alle note blue. Un’ora vola via tra fraseggi e accordi; quella “questione di stile” che Davis amava additare come unica musa ispiratrice nelle sue composizioni e negli arrangiamenti. Il quartetto chiude in uno scambio di soli forieri di un nuovo prossimo incontro, e noi saremo lì ad attenderli!

Vino da abbinare: le note jazzate di Aldo Bassi si accostano per l’estro creativo, al gusto pieno del Cerasuolo di Vittoria Docg prodotto dall’azienda vinicola Imakara. Un vino dal sapore morbido e armonico, che sprigiona profumi floreali e fruttati. Il giusto accostamento con le note ispirate del trombettista e compositore nostrano.

Foto: Roberto Panucci

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Perchè musica e vino

Il nome, “musicenology”, una crasi, una commistione di idee e percezioni, di rivoli di note ritmate dai profumi del vino, come fraseggi sul pentagramma.

Le emozioni che nascono da un “bicchiere” musicale inebriano l’anima,

Le emozioni che nascono da un “ascolto” di-vino intonano pensieri.

Galleria

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  • Francesca: l'ho ascoltato. i miei complimenti vanno ai musicisti, che hanno saputo regalarmi delle atmosf...
  • fred: una recensione che pare una degustazione. trovato per caso zibba tramite un mio amico da vino,...

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