La nudità sofisticata. Due parole citate per descrivere la profondità abissale di Diana Tejera. La sua versione delle cose, alcune meraviglie intimiste, così delicate ai timpani così graffianti nell’anima. Sotto l’algida apparenza questa versione delle emozioni gira sul piatto, come se fosse in vinile, per raccontare esperienze e vissuto di una cantautrice dal cuore folk, battezzata da sfumature classiche. E suona sott’acqua la versione di Diana, come per trasmettere nota per nota attraverso bolle d’ossigeno, foriere di messaggi vocali, timbriche soffuse, molecole di acqua salata che risvegliano i sensi. E’ un impero di necessità costruito sulle note rilasciate in dosi limitate, come se fossero delicate risorse alle quali attingere; così, al bisogno.
Miscele di suoni profondi, piccoli regali per l’ascoltatore oculato. La ricerca è quella del “senso primario”, si cavalca l’onda dei rapporti, difficili momenti dell’essere, ma dolci risonanze tra uomo e donna. Sbagli ed errori prendono forma, raccolti nello spazio di una battuta musicale, in compagnia di una chitarra si passa a ritagliare il tempo in suoni posati, viscerali, risalgono dalle profondità degli abissi per ripercuotersi in aria in lanterne di vetro ricche di brodo primordiale. Poi d’improvviso si riscalda lo spazio, “Mercurio” avvolge di tempi dispari, fascino che abbraccia e scivola via.
Mostra la sua anima rock “l’artista”, e giù riverberazioni che mascherano violini in mostri elettronici. Ritmo senza luce, storia di passione in un bar, “black out”, amore consumato nelle note che graffiano mentre l’alternanza continua nelle “sospensioni”, tornano i violini là dove l’assenza crea un vuoto, quasi, incolmabile. E lascia fuori ogni aspettativa, nudità e silenzio in chiave acustica percorrono tutto il disco. Diana Tejera rappresenta quella vena cantautoriale ricercata, intimista ma protesa verso l’ascoltatore, come se volesse stendere un filo immaginario tra la sua vena compositiva ribelle e timpani rigorosi.
Vino da abbinare: Prosecco Silvano Follador, Metodo Classico Dosaggio Zero 2008. Freschezza, una leggera acidità, un equilibrio che trova il proprio senso più compiuto sul finale dell’assaggio. Brioso, pulito.
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