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Micol Martinez, la testa dentro

Micol Martinez - La testa dentro

Uscire fuori da se stessi e incontrare il mondo. Lasciare per terra qualche impronta di sé, un messaggio sotto forma di briciole come si usa nelle favole per farsi seguire e magari conoscere, o meglio imparare a conoscersi. “La testa dentro” è il quadro folk con sfumature popular di Micol Martinez. Seconda esternazione musicale dell’artista, già invischiata nella pittura e nella recitazione. Arti plurime per esprimersi e immaginare un futuro migliore (Sarà d’inverno) e combattere le avversità con il simile. Nel disco, ben confezionato, si respirano morbidezze acustiche, di un folk localizzato e con un binocolo si copre anche l’Europa.

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La versione di Diana Tejera

la mia versione - Diana Tejera

La nudità sofisticata. Due parole citate per descrivere la profondità abissale di Diana Tejera. La sua versione delle cose, alcune meraviglie intimiste, così delicate ai timpani così graffianti nell’anima. Sotto l’algida apparenza questa versione delle emozioni gira sul piatto, come se fosse in vinile, per raccontare esperienze e vissuto di una cantautrice dal cuore folk, battezzata da sfumature classiche. E suona sott’acqua la versione di Diana, come per trasmettere nota per nota attraverso bolle d’ossigeno, foriere di messaggi vocali, timbriche soffuse, molecole di acqua salata che risvegliano i sensi. E’ un impero di necessità costruito sulle note rilasciate in dosi limitate, come se fossero delicate risorse alle quali attingere; così, al bisogno.

Miscele di suoni profondi, piccoli regali per l’ascoltatore oculato. La ricerca è quella del “senso primario”, si cavalca l’onda dei rapporti, difficili momenti dell’essere, ma dolci risonanze tra uomo e donna. Sbagli ed errori prendono forma, raccolti nello spazio di una battuta musicale, in compagnia di una chitarra si passa a ritagliare il tempo in suoni posati, viscerali, risalgono dalle profondità degli abissi per ripercuotersi in aria in lanterne di vetro ricche di brodo primordiale.  Poi d’improvviso si riscalda lo spazio, “Mercurio” avvolge di tempi dispari, fascino che abbraccia e scivola via.

Mostra la sua anima rock “l’artista”, e giù riverberazioni che mascherano violini in mostri elettronici. Ritmo senza luce, storia di passione in un bar, “black out”, amore consumato nelle note che graffiano mentre l’alternanza continua nelle “sospensioni”, tornano i violini là dove l’assenza crea un vuoto, quasi, incolmabile. E lascia fuori ogni aspettativa, nudità e silenzio in chiave acustica percorrono tutto il disco. Diana Tejera rappresenta quella vena cantautoriale ricercata, intimista ma protesa verso l’ascoltatore, come se volesse stendere un filo immaginario tra la sua vena compositiva ribelle e timpani rigorosi.

Vino da abbinare: Prosecco Silvano Follador, Metodo Classico Dosaggio Zero 2008. Freschezza, una leggera acidità, un equilibrio che trova il proprio senso più compiuto sul finale dell’assaggio. Brioso, pulito.

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Torno a Casa a piedi

Cristina_Dona_Torno_A_Casa

ROMA- Fino alla scorsa estate, mia ignoranza personale, non sapevo neanche chi fosse Cristina Donà. Poi, complice una notte di “Stelle buone”, mi sono imbattuta nella sua raccolta Piccola Faccia, ed è stato amore a primo ascolto.

Quel sound acustico così peculiare, essenziale, senza tanti orpelli e abbellimenti, mi ha preso dentro, lasciandomi intuire profondamente il senso di questa artista, così particolare eppure così estremamente diretta.
Ed è per questo che quando è uscito il suo nuovo disco a febbraio, Torno a casa a piedi, non ho messo tempo in mezzo e sono andata subito a comprarmelo, così come, quando ho saputo della sua presenza all’Auditorium Parco della Musica, lo scorso sabato 7 maggio, ci tenevo proprio ad esserci.
Eppure, che sorpresa! Anche questa volta la Donà ha saputo regalare emozioni insospettate, che non avrei immaginato. Forse perché, a scoprire la sua versione elettrica sono rimasta colpita dall’energia che nasconde dietro quella facciata così placida e vagamente timida. Così come a scoprire l’ironia con cui sa colpire in primo luogo se stessa e le sue creazioni, interagendo col suo pubblico. … Continua a leggere

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Perchè musica e vino

Il nome, “musicenology”, una crasi, una commistione di idee e percezioni, di rivoli di note ritmate dai profumi del vino, come fraseggi sul pentagramma.

Le emozioni che nascono da un “bicchiere” musicale inebriano l’anima,

Le emozioni che nascono da un “ascolto” di-vino intonano pensieri.

Galleria

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  • alessandro: Complimenti, abbinare un vino a una musica, non e' da tutti, non ci avevo proprio mai pensato. ...
  • marta venice: bellissima recencensione!!! l'ho letta tutto d'un fiato seguendo i disegni che la musica che pa...
  • Francesca: l'ho ascoltato. i miei complimenti vanno ai musicisti, che hanno saputo regalarmi delle atmosf...
  • fred: una recensione che pare una degustazione. trovato per caso zibba tramite un mio amico da vino,...

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