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Piji Septet + Piji Trio = Nonet?!?

Piji Nonet

ROMA- Eccolo Piji: il cantautore più premiato d’Italia. Ed eccolo ancora una volta al The Place che trasforma la serata del 7 aprile in una curiosa operazione matematica: “7 più 3 fa 9”.
Una sorta di esperimento fantascientifico in cui però il primo “addendo” non fa affatto riferimento al giorno 7, bensì al Piji Septet, la classica formazione di Pierluigi Siciliani, da sempre una mescolanza di influenze (jazz su tutte, ma anche pop, rock, blues e tango) che arricchisce le sue canzoni. Si somma tutto e si aggiunge ancora, perché al Septet si è unito nello spettacolo il nuovissimo Trio, che cerca di trasformare il linguaggio manouche (o gipsy jazz) portato alla ribalta internazionale dal grande Django Reinhardt in qualcosa di intrecciabile alla canzone d’autore italiana, con interessanti e swingosissimi risultati…

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Le Anime sotto il cappello di Paolo Tocco

Paolo Tocco

Ci sono respiri cadenzati che tra una pausa e l’altra spostano note in un ordine ben preciso, quasi costruissero legami indissolubili in un apparente stato di grazia. Se c’è un modo per passeggiare tra le anime è sempre meglio farlo sotto il cappello per proteggersi dalla durezza plasmabile della vita e soprattutto per accorgersi, d’un tratto, di vivere tutti sotto lo stesso tetto. Appare così al cospetto dei timpani il disco di Paolo Tocco, giovane artigiano delle parole, cantautore dotato di sei corde, un cappello e Mercanti e Fanti e Regine. Pedine consapevoli – a volte – di magia, illusione, saggezza e verità.

Paolo Tocco trascina in una calda serata d’estate ad ascoltare dolci nenie, Per vivere per Respirare. Accompagna tra sentori e ricordi di cose semplici, piccoli origami vissuti e risidegnati in note e musica e carta filigrana. Le melodie si arricchiscono di suoni dei campi, quando l’armonica raccoglie i musicisti in un sincero abbraccio. Il contorno è tutto sax e chitarra e un saluto di violoncello raccontato qua e là tra le dieci storie. Storie fatte di sogni e di grano, di fratelli adorati come semi per un gioco essenziale.

E tra un assaggio e un altro ci leggi un De Gregori d’annata e forse un Bennato vestito di nuovi colori. Si scivola lungo un sentiero di magia. Paolo Tocco fa le carte, fa un prestigio e addolcisce anche un momento triste e malinconico in quella “Finestra Chiusa”. Per noi “Lo Sposo e la sua Spiga di Grano” è l’assioma cartesiano e presto, tra un abbraccio di sax e chitarra, scopriremo chi è scomparso stanotte dal circo alle tre… Dal cappello, matite per disegnare come bacchette magiche perchè l’illusione abbia un inizio e una fine e un nuovo inizio. Così procediamo fino alla “Nenia dei Piccoli Pensieri“, ultimo tocco di Paolo, in questo disco, ultimo assaggio d’autore che più lo ascolti più acquista valore e sentimento.

Vino da Abbinare: Uve Sangiovese, Montepulciano, Sagrantino: è  una bottiglia di Umbria IGT – Paolo Bea, San Valentino 2006. E’ il naso la prima sorpresa, complesso e odoroso ti culla in modo dolce e soave. Ma è il vigore che allo stesso tempo gioca le sue carte su una serie di toni dolci e a volte più austeri. In bocca è vivo, polposo, c’è la terra come nelle canzoni di Paolo Tocco.

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Luigi Mariano mette mano al suo tempo…asincrono

Luigi Mariano

C’è un orologio che scandisce il nostro tempo. E c’è un meccanismo altrettanto preciso, fatto di ingranaggi e molle ben pressate, che girano, stridono e macinano nel senso di Luigi Mariano. E’ un salto nello spazio asincrono, è un volo a capofitto tra le molecole dell’universo. Ci si arma di abbracci, cronometro, chitarra acustica e si va. Il fatto è che quando si sta fuori tempo, le cose, paradossalmente, girano meglio, o almeno vanno in un senso contrario al solito tran tran quotidiano che ci ha ingessati un po’ tutti. Sarà, ma Luigi Mariano sfodera ironia, nei giorni no, cambia il verso alle lancette e alterna minuti di note raccolte a piccoli e minuziosi anatemi.

Lo sguardo è sornione, il canto è pungente, languido, sereno. A volte distorto, distrattivo e distonico. E là dove nel testo trapela sudore e mattanza, giunge sovrana la perversione del mondo, la sudditanza della televisione pubblica, il saluto a Giorgio Gaber, oculato mattatore di un tempo. L’amore quello distruttivo e quel tocco dell’anima che sigilla il rapporto di coppia. Ce n’è per tutti, pagliacci, ruffiani e schiavetti. E quando l’umore non è dei migliori sale sul palco l’ultimo blues; il solito giro di blues è l’essenza per riprendere il filo; ed è un fluire di suoni e colori. Le note del diavolo fanno da spalla per togliersi qualche pelo sulla lingua, ma Luigi di peluria ne ha molta, si, ma sulla pancia.

Spara il suo negazionista contro le amenità del mondo e rispolvera note che sanno di inno a favore di una RAI libera e cristallina. E se dovessimo rintoccare ai vostri timpani che note battere, avremmo l’imbarazzo della scelta. Il cliché potrebbe chiudere quel buco nella libreria alla voce cantautorato DOC, ma noi ci vogliamo leggere qualcosa di più. Perché le note, Luigi, le ha strappate via dal pentagramma, le ha intarsiate sulla sei corde e le ha colorate di rosso, poi le ha sprigionate ben bene, tutte assieme. L’effetto che fa è comunicazione popular, spolverate di blues a coprire qua e là e messaggi intrecciati e inscatolati pronti all’uso. I rintocchi dell’orologio fanno fare salti neuronali e ci calciano su un’isola deserta a respirare e fare il punto, spensierati ma decisi. Perché la condanna contro la corruzione è sempre lì, dietro l’angolo. Poi c’è la laurea, il matrimonio, e il tempo corre e spinge spinge e corre. Tocca stargli dietro oppure cantare lo strazio il rodimento che buca canotti, strappa camici e rompe i carretti.

Basta prendere fiato, ma occhio al singhiozzo, tic (toc) ripetitivo contro gli stress della quotidianità, perché ci sono vuoti da riempire e l’amore su questo aiuta. Ma poi ritorna il singhiozzo. Ritorna quella complicità che trova nella musica e persa nella dedica a Edoardo Agnelli e con un velo scoperto per il proprio papà. Ma il tempo scorre, qualche salto nella quotidianità di coppia. Il finale è in completa intimità a cui in silenzio partecipiamo nascosti dietro un vetro. E ci si perde poi nel pane, ad ognuno il proprio re e la propria regina, per finire in quel sorriso che è la vita…

Vino da Abbinare: il vino del cuore, dell’amore. Sono quei vini che lasciano sempre una sorpresa in più. E quel momento intimo, dolce e potente raccontato da Luigi è l’intreccio ideale con questo Erbaluce di Caluso DOC, Le Baccanti San Cristoforo 2009. Pulito, puntuale, persistente… asincrono!

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Perchè musica e vino

Il nome, “musicenology”, una crasi, una commistione di idee e percezioni, di rivoli di note ritmate dai profumi del vino, come fraseggi sul pentagramma.

Le emozioni che nascono da un “bicchiere” musicale inebriano l’anima,

Le emozioni che nascono da un “ascolto” di-vino intonano pensieri.

Galleria

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  • alessandro: Complimenti, abbinare un vino a una musica, non e' da tutti, non ci avevo proprio mai pensato. ...
  • marta venice: bellissima recencensione!!! l'ho letta tutto d'un fiato seguendo i disegni che la musica che pa...
  • Francesca: l'ho ascoltato. i miei complimenti vanno ai musicisti, che hanno saputo regalarmi delle atmosf...
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