Il capo reclinato sulla chitarra, i piedi tengono il ritmo e miscelano i suoni con alcuni effetti posti sotto il microfono. Rari momenti portano l’attenzione al pentagramma. Luci soffuse, Sala Petrassi dell’Auditorium di Roma quasi al completo. In attesa. Un concerto, quello di Marc Ribot in Trio con Henry Grimes al basso e Chad Taylor alla batteria, ricco di pathos e di frenesia. Il free jazz, si sa, è una musica che inizia in un dato punto e prosegue oltre le note, oltre gli spazi vuoti.
E la musica di Marc Ribot non fa rimpiangere questi momenti. Sospensioni, note strappate e gettate in pasto al pubblico, note sospese e rilasciate, ben calibrate. Un musicista che ha saputo intersecare nell’arco della sua carriera, molte collaborazione con tanti artisti mostrando sempre l’anima giusta per ogni diversità di genere. Dalle folte collaborazioni con John Zorn fino alle finestre aperte sulla musica nostrana, in sintonia con Vinicio Capossela (il disco, per i curiosi è “Ovunque Proteggi”). Oggi si presenta al pubblico dell’Auditorium di Roma con una formazione a dir poco strepitosa. Il ritorno sulle scene di Henry Grimes, ricomparso dopo aver recuperato un nuovo strumento perché il suo contrabasso era andato distrutto (accade anche questo nello scintillante mondo della musica). Un artista di enorme valore che ha saputo intrecciare la poesia e lo studio della musica e che oggi è uno dei capisaldi del jazz newyorchese. Alla batteria un giovane e flessuoso musicista originario dell’Arizona, Chad Taylor, timbriche veloci e sottili in grado di tenere testa alle irriverenze di Marc Ribot. Il Trio sul palco esordisce con delle composizioni tenui, fraseggi rilassati, passaggi lenti, alcuni vuoti colmati dalla musicalità indiscussa del silenzio.
Poi, per sopperire alla scarsa comunicazione verbale con il pubblico, Ribot si lancia in guizzi solistici senza regole, dissonanze e distorsioni che quasi sovrastano il resto della band per poi tornare sorde, quasi mute. Il suono della chitarra torna bambino ed esprime, con i primi vagiti, piccoli pensieri in musica. L’avanguardia di Marc Ribot è quella contaminata dalle pause della musica classica e dalle irriverenze del free jazz. E’ un salto nel vuoto a picco dalle cascate del Niagara; ma quando meno te lo aspetti, un fuori tempo riporta tutto alla calma, al silenzio e si apre il paracadute. Novanta minuti di buona musica. Non bisogna cercare di starle dietro altrimenti si corre il rischio di perdersi. Tuffarsi lungo la corrente e lasciarsi trascinare è la chiave di lettura. Al termine, basta asciugarsi e ricominciare…
Vino da abbinare: Un vino scuro, anzi scurissimo. E’ rubino vivo, in particolare al centro, regala sensazioni che spaziano da una certa dolcezza ad un succo di frutti rossi e di tipicità. Sono sensazioni crude, quasi sprofondassero nella terra. Con la musica imprevedibile e profonda di Marc Ribot degustiamo questo Agliano del Vulture DOC, Cantina Carbone, Stupor Mundi, targato 2005. Dalla prima all’ultima goccia uno stupore di enoiche illusioni…
Scatti fotografici: Federico Ugolini
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