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Monte Montgomery, una fucina di rock acustico

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Che la chitarra acustica potesse suonare e nascondere venature fortemente rock, è cosa ormai assodata. Le partiture blues-pop di Alex Britti, ad esempio, sono solo un corollario di come questo strumento possa affacciarsi su panorami nuovi; inesplorati solo fino a poco tempo fa. Ma il tocco di Monte Montgomery è di quelli che penetrano sotto la pelle, genera rintocchi neuronali e lascia il segno. Americano, originario dell’Alabama. Non a caso vince per ben sette anni di fila il “Best Acoustic Guitar Player”, premio ambitissimo al Festival “SXSW” di Austin, in Texas, una manifestazione fortemente connessa con l’entertainment a trecentosessanta gradi.

Il sigillo del Guitar Hero – con varie parentesi, per la verità – arriva da Guitar Player Magazine che lo inserisce nella classifica dei migliori cinquanta chitarristi rock/pop. Musicista dal cuore, dalla voce e dalla chitarra (acustica) fortemente rock ma che facilmente sconfina, abbracciando più generi musicali. Il suo è un suono energico, lo dimostra il fatto che ha spezzato più di un manico della chitarra proprio per la sua esuberanza musicale e risolto, poi, montando alcuni rinforzi all’interno dello strumento.

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La musica intimista e ribelle di Marc Ribot

29 April, 2010 Live, Musicologia Nessun Commento
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Il capo reclinato sulla chitarra, i piedi tengono il ritmo e miscelano i suoni con alcuni effetti posti sotto il microfono. Rari momenti portano l’attenzione al pentagramma. Luci soffuse, Sala Petrassi dell’Auditorium di Roma quasi al completo. In attesa. Un concerto, quello di Marc Ribot in Trio con Henry Grimes al basso e Chad Taylor alla batteria, ricco di pathos e di frenesia. Il free jazz, si sa, è una musica che inizia in un dato punto e prosegue oltre le note, oltre gli spazi vuoti.

E la musica di Marc Ribot non fa rimpiangere questi momenti. Sospensioni, note strappate e gettate in pasto al pubblico, note sospese e rilasciate, ben calibrate. Un musicista che ha saputo intersecare nell’arco della sua carriera, molte collaborazione con tanti artisti mostrando sempre l’anima giusta per ogni diversità di genere. Dalle folte collaborazioni con John Zorn fino alle finestre aperte sulla musica nostrana, in sintonia con Vinicio Capossela (il disco, per i curiosi è “Ovunque Proteggi”). Oggi si presenta al pubblico dell’Auditorium di Roma con una formazione a dir poco strepitosa. Il ritorno sulle scene di Henry Grimes, ricomparso dopo aver recuperato un nuovo strumento perché il suo contrabasso era andato distrutto (accade anche questo nello scintillante mondo della musica). Un artista di enorme valore che ha saputo intrecciare la poesia e lo studio della musica e che oggi è uno dei capisaldi del jazz newyorchese. Alla batteria un giovane e flessuoso musicista originario dell’Arizona, Chad Taylor, timbriche veloci e sottili in grado di tenere testa alle irriverenze di Marc Ribot. Il Trio sul palco esordisce con delle composizioni tenui, fraseggi rilassati, passaggi lenti, alcuni vuoti colmati dalla musicalità indiscussa del silenzio.

Poi, per sopperire alla scarsa comunicazione verbale con il pubblico, Ribot si lancia in guizzi solistici senza regole, dissonanze e distorsioni che quasi sovrastano il resto della band per poi tornare sorde, quasi mute. Il suono della chitarra torna bambino ed esprime, con i primi vagiti, piccoli pensieri in musica. L’avanguardia di Marc Ribot è quella contaminata dalle pause della musica classica e dalle irriverenze del free jazz. E’ un salto nel vuoto a picco dalle cascate del Niagara; ma quando meno te lo aspetti, un fuori tempo riporta tutto alla calma, al silenzio e si apre il paracadute. Novanta minuti di buona musica. Non bisogna cercare di starle dietro altrimenti si corre il rischio di perdersi. Tuffarsi lungo la corrente e lasciarsi trascinare è la chiave di lettura. Al termine, basta asciugarsi e ricominciare…

Vino da abbinare: Un vino scuro, anzi scurissimo.  E’ rubino vivo, in particolare al centro, regala sensazioni che spaziano da una certa dolcezza ad un succo di frutti rossi e di tipicità. Sono sensazioni crude, quasi sprofondassero nella terra. Con la musica imprevedibile e profonda di Marc Ribot degustiamo questo Agliano del Vulture DOC, Cantina Carbone, Stupor Mundi, targato 2005. Dalla prima all’ultima goccia uno stupore di enoiche illusioni…

Scatti fotografici: Federico Ugolini

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Al Di Meola e le ire del Vulcano Eyjafjallajokull

22 April, 2010 Live, Musicologia Nessun Commento
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Neppure il Jet Lag o il Vulcano Islandese hanno fermato Al Di Meola e la sua “New World Sinfonia”. Formazione quasi al completo dunque. All’appello manca una parte della sezione ritmica ma le percussioni di Gumbi Ortiz, storico partner musicale di Di Meola, non hanno fatto sentire nessun vuoto ritmico. La Sala Sinopoli dell’Auditorium è al completo e il musicista americano dalla chiare origini italiane, non si fa aspettare. Il nonno Michelangelo era napoletano, un presagio della sua carriera di chitarrista jazz ma con l’anima aperta alla World Music e alle sonorità latine.

Il viaggio che ci aspetta unisce con un sottile filo virtuale le bellezze delle isole Cicladi della Grecia, per poi approdare sulle coste Cipriote e ancora veleggiare prima a Capri e poi in terra sarda. Il palcoscenico è adorno di strumenti acustici e Al Di Meola suona l’intera scaletta con una chitarra classica, rivestita, a volte, di qualche sporadico e gentile suono elettrico; timbriche moderne che aprono spiragli ventosi di puro lirismo musicale. Apre le danze con una dedica al grande maestro Astor Piazzolla. Solo sul palco per una “tangata”. Qualche sporcatura sulle corde, conseguenza del fuso orario, ma poi la ruggine, anzi le polveri del vulcano islandese scivolano dalle dita e si sostituiscono a grappoli di note saltate, pizzicate per un “poema”, secondo pensiero dedicato a Piazzolla, vorticoso e toccante. Il set in solitario conclude con un terzo brano, un “tema” sempre composto da Piazzolla, quel maestro che aveva le medesime origini del nostro musicista americano e al quale fin dai primi anni novanta si è ispirato per le sue composizioni. Non toglie mai lo sguardo dal pentagramma Di Meola, sempre attendo ad ogni singola nota, ad ogni passaggio. Il brano è impegnativo e regala al pubblico fraseggi da funambolo lungo le sei corde.

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Perchè musica e vino

Il nome, “musicenology”, una crasi, una commistione di idee e percezioni, di rivoli di note ritmate dai profumi del vino, come fraseggi sul pentagramma.

Le emozioni che nascono da un “bicchiere” musicale inebriano l’anima,

Le emozioni che nascono da un “ascolto” di-vino intonano pensieri.

Galleria

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  • alessandro: Complimenti, abbinare un vino a una musica, non e' da tutti, non ci avevo proprio mai pensato. ...
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