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L’orecchio cinematografico di Steve Reich

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Opera minimale per dodici chitarre elettriche. Dodici sei corde, legni armonici differenti per altrettanti musicisti che in fila, ordinati, salgono sul palcoscenico della Sala Sinopoli. Siamo ancora una volta all’Auditorium di Roma, Parco della Musica e ci avviciniamo con la stessa curiosità di un bambino alla musica di Steve Reich. L’approccio disincantato, è la strada da percorrere per un compositore minimal, statunitense neanche a dirlo, più che altro per la spiccata affinità cinematografica delle sue composizioni. La musica di Steve Reich si distende lungo una pellicola ipotetica, trentacinque millimetri per vivere alcuni elementi narrativi da grande schermo. Democratico nella sua pienezza dei modelli compositivi, forieri di quella ripetitività ossessiva che riposa nella mente solo in un ascolto semantico. Nel lontano 1987, Steve Reich decide di comporre un’opera per chitarra elettrica, dove ogni singolo strumento rilascia nota dopo nota quei rivoli musicali che approdano ad una costruzione sonora ricca e piena. Abbandona, per un momento, i classici come Edgar Varèse, maestri del ritmo e della improvvisazione che ritroveremo però nel tributo alla città di New York con un pizzico di Frank Zappa, quantomeno nell’approccio alle sette note.

“Electric Counterpoint” è la dodecafonia elettrica dal tocco minimalista più puro degli anni sessanta. È il passo cadenzato e brioso, distribuito in tre movimenti, che sovrappone in sequenza, anzi in serie. Note alte e note basse si profondono in un continuo divenire. Scale ripetute all’infinito, cromatismi e sovrapposizioni che oggi potrebbero essere ripresentate con un buon lavoro digitale ma che non avrebbero lo stesso impatto, la stessa vivacità emotiva. L’effetto visivo conta e si lascia guardare, le luci e la musica fanno il resto.

Il tempo necessario per cambiare palco e l’officina di Reich apre le porte a momenti Rock, così come lui stesso, 73 anni, ama definirli. La formazione è curiosa: Due set di cinque strumenti, si legge 2×5, che è anche il titolo della composizione. Nell’ordine, quattro chitarre, due pianoforti, due batterie e due bassi elettrici. Entrano in gioco percezioni binaurali, stereofoniche. Le batterie dividono a metà le partiture ma sono un tutt’uno con il resto dei musicisti. Il progetto chiude con “City life”, composizione dedicata alla “Grande Mela”, una commistione rumoristica del vissuto metropolitano – e le registrazioni per nastro tanto care all’artista – si altalena tra una ensemble stile classico e sonorità d’avanguard. Una colonna sonora di vita congestionata, elettrica, fatta di cub driver, police man e distorsioni cittadine. Chiude, la sezione titolata “Heavy Smoke”, nel ricordo dell’undici settembre con in sottofondo le comunicazioni radio del New York Fire Department durante gli attacchi alle torri gemelle. Dodici chitarre si inchinano, la sala ringrazia, punto.

Vino da abbinare: teso, giustamente sapido,  pulito, nasconde una nota alcolica che si integra alla perfezione e accompagna l’assaggio ad un finale delicato e morbido. L’ascolto di “City Life” è consigliato con un vino Nobile di Montepulciano DOCG – Poderi Sanguineto 2006. Un rosso dalle sensazioni profonde, minerali, pungenti, puntuali… punto.

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Allen Toussaint e l’anima del Rhythm and blues

23 March, 2010 Live, Musicologia 1 Commento
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Non capita spesso di assaporare in due ore piene la musica nera, quella di New Orleans dove al centro ruota il pianoforte e i fiati sono sempre pronti a lanciare la sfida del prossimo brano. Ebbene, questo genere di musica, che ha toccato tutti i confini del mondo ha avuto grandi maestri e pionieri; uno su tutti, certamente, è Allen Toussaint!
Settantadue anni, molti dei quali vissuti a comporre musica, produrre artisti di spicco e disegnare nuove venature musicali. L’occasione per vederlo suonare dal vivo sul palco al suo pianoforte è di quelle che non si possono far scappare. La serata propizia giunge all’Auditorium, Parco della Musica di Roma, dove la Sala Sinopoli si è scaldata dei colori e delle radici della Louisiana. Allen Toussaint si presenta nella formazione classica del R&B, anche se leggermente minimalista rispetto alla tradizione. I fiati sono affidati ad un solo musicista così come i cori, che intrecciano melodie sfruttando lo stesso comparto fiati e la chitarra solista. Percussioni e batteria sono ben visibili, offuscati, però, dietro il classico pannello di plexiglass utile per non mischiare timbriche eccessive. L’inizio è composto, come il maestro insegna, ma il calore del soul irradia con i suoi raggi tutta la sala. Qualche assaggio strumentale ci porta nei meandri della città mito, il pianeta New Orleans è lì, dietro i musicisti che lasciano rivivere i momenti della Voodoo Fest.

La musica e le canzoni di Toussaint sono tra le più suonate e reinterpretate, forse perché lasciano il segno ogni volta. In rassegna ascoltiamo alcune tra le più celebri, come “Get out of my life woman”, “Yes we can can” e “Last Train” solo per citarne alcune. Altrettanto noti gli interpreti delle canzoni di Toussaint; e citare la Derek Trucks Band, Paul Weller, Ringo Starr, Bonnie Raitt e Robert Palmer rappresenta solo un accenno ai tanti contributi che il mondo della musica ha voluto fare al grande compositore americano. Il suono è certamente black, ma si miscela al passo sincopato del jazz più raffinato, mentre la Soul scopre piccoli tasselli ad ogni cambio di tempo. L’inno alla sua terra arriva con un brano scritto da Steve Goodman e portato al successo poi da Arlo Guthrie. E’ infatti “City of New Orleans” che racconta la sua città e la sua terra. Alcuni accenni alla musica del bel Paese strizzano l’occhio e l’orecchio alla complicità che Toussaint stringe con il suo pubblico. Il bis è molto gradito, i saluti per un prossimo incontro anche…

Vino da abbinare: L’uva Robola coltivata nelle isole greche, specialmente a Cefalonia, importata dai Veneziani con i frequenti scambi commerciali che la Serenissima aveva in tutto il Mediterraneo Orientale. E’ la ribolla Gialla e la bottiglia che vogliamo degustare con la musica di Toussaint è il Colli Orientali del Friuli DOCSirch, Mis Mas 2006. I profumi sono intensi, vari sentori di fiori e di frutta a polpa gialla. Aggiungiamo un certo perché di vaniglia e mandorla e la musica della Louisiana.

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Il Blues oltre i confini: Rudy Rotta

22 March, 2010 Live, Musicologia 2 Commenti
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Al crocicchio si vende l’anima al diavolo. In cambio si riceve un talento, un tocco inconfondibile e sublime sulla sei corde. Questo spirito talentuoso e “dannato” ha toccato Rudy Rotta, un bluesman raffinato e allo stesso tempo viscerale, una voce graffiante e potente dal cuore tutto italiano. E’ così che la musica nera per eccellenza lascia spazio ad alcune perle rare del panorama nostrano e Rudy Rotta è L’enfant terrible. Quel “Blue Inside” che titola dieci brani e racconta con i fraseggi sulla pentatonica, storie personali, amori perduti, sentimenti forti come l’amicizia, in una perduta danza sulla sei corde per un’esperienza “one way” dentro le note del diavolo. Blue Inside è un viaggio nelle emozioni, dove lo spirito del Blues dona al progetto un ascolto intimistico, un ascolto nelle fredde serate invernali così come sotto il sole torrido, dove il fuoco scalda gli animi. Un coro annuncia “Lady” il singolo che apre il disco e sarà quella radiazione cosmica di fondo per le atmosfere delle sue composizioni. Una donna coinvolgente e pericolosa. Il respiro profondo dell’hammond fa da tappeto ai sussurri gospel disseminati nel percorso.

Trame di musica nera tessute in alternanza alle ballate acustiche e ai brani eseguiti dal vivo, parentesi sonore di un viaggio oltreoceano. Il sottobosco percussivo accompagna le note blue e riveste alcuni brevi cenni costruiti attorno ad un evento sonoro. La Stratocaster a volte stride a volte sussurra armonie composte. E’ il wah-wah di hendrixiana memoria che riporta tutto al rock-blues senza filtri, da una miscela gentile a momenti di grande pathos emotivo. Dal vivo Rudy molla tutti i freni e alterna il suono della sei corde ai ritmi percussivi figli di un’Africa lontana. La sua chitarra parla di suono e mostra il suo estro ritmico. Picchiettata, battuta sul corpo e sui magneti, anche i microfoni cantano timbriche raffinate per un intreccio indefinito. Cittadino del mondo, Rudy Rotta, musicista internazionale che apre le porte del Blues per riportarlo al presente mostrandoci la faccia nera del Kansas e della Louisiana.

Vino da abbinare: l’olfatto prima di tutto esprime soddisfazioni e certezze. L’intensità  che ti travolge e ti porta lontano con il pensiero all’America nera. E’ il Barbaresco riserva DOCG cantina Dante Rivetti. Lo beviamo mentre ascoltiamo Blue Inside perché è un vino dall’attacco deciso e definito, appena balsamico, ma anche fruttato, eppure raffinato, a volte gentile. Buon viaggio di sapori e note strappate; buon viaggio di liquirizia, cannella, inchiostro nero e caffè.

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Perchè musica e vino

Il nome, “musicenology”, una crasi, una commistione di idee e percezioni, di rivoli di note ritmate dai profumi del vino, come fraseggi sul pentagramma.

Le emozioni che nascono da un “bicchiere” musicale inebriano l’anima,

Le emozioni che nascono da un “ascolto” di-vino intonano pensieri.

Galleria

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  • alessandro: Complimenti, abbinare un vino a una musica, non e' da tutti, non ci avevo proprio mai pensato. ...
  • marta venice: bellissima recencensione!!! l'ho letta tutto d'un fiato seguendo i disegni che la musica che pa...
  • Francesca: l'ho ascoltato. i miei complimenti vanno ai musicisti, che hanno saputo regalarmi delle atmosf...
  • fred: una recensione che pare una degustazione. trovato per caso zibba tramite un mio amico da vino,...

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