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Le dissonanze onomatopeiche di Marc Ducret

10 March, 2010 Live, Musicologia Nessun Commento
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Ho sempre avuto la forte sensazione che i musicisti autodidatti avessero qualcosa in più. Forse perché pensano e si muovono fuori da alcuni schemi mentali ma anche perché sono alla continua ricerca di una sorta di riscatto per non aver avvicinato la musica nella maniera più “dotta”. Sta di fatto che non è scontato raccontare un incontro musicale strutturato alla maniera di Marc Ducret; chitarrista eclettico, d’avanguardia, autodidatta e soprattutto “free”. Con Ducret si cammina su un terreno fatto di atonalità che senza falsi timori arriva al “rumorismo” più sfrenato. Il viaggio musicale per conto del Free Jazz inizia con un dettaglio (Detail), un ritratto sonoro di un quadro raccolto dall’artista e trasportato in note. Il particolare pittorico è foriero di fraseggi dissonanti. Ducret imbraccia uno strumento di liuteria e si accompagna con due effetti, supporto onomatopeico alle tante timbriche che sfuggono dal Teatro Studio dell’Auditorium di Roma.

Il resto della serata procede mantenendo ferma quella sensazione di sospeso che le note lasciano trasparire. La chitarra di Ducret lascia dietro di sé gli esordi del musicista, fatti di partiture congelate sugli spartiti, per addentrarsi nei meandri del suono e dell’improvvisazione. A volte cupo, a volte armonico, a volte distorto, a volte velato e sordo, ridotto a minimi termini da un volume sempre più basso che lascia trasparire le vibrazioni metalliche della sei corde. Poi torna ai fraseggi, agli strappi controllati, agli strepitii dei magneti ritmicamente picchiettati. L’ultimo brano è come tutti gli altri; è una novella musicale che solca i mari della sperimentazione strizzando l’occhio e l’orecchio a qualche scala Jazz. Quel dettaglio dei primi minuti prende forma e allarga le vedute di tutti i presenti. Poi  il quadro si ricompone pezzo dopo pezzo e Ducret, italiano stentato, saluta, si inchina assieme alla sua chitarra. Adesso, sembra strano, ma è difficile tornare ad ascoltare qualcosa di più “normale”.

Vino da abbinare: il fascino dell’improvvisazione ci ricorda il vino screziato Bigaro Rose di Elio Perrone, annata 2008. Un rosato piemontese, fascinoso e cangiante sia nei profumi che sul palato. Al morbido colore rosato si unisce una moderata briosità ed una fragranza elegante e diffusa, impregnata di rosa selvatica e di piccoli frutti, di fragole rosse e di gelatina di frutta.

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Aldo Bassi Quartet, the cream of Jazz

5 March, 2010 Live, Musicologia 1 Commento

A volte il Jazz apre degli spazi temporali che prescindono dai momenti e dai luoghi in cui si ha il piacere di ascoltarlo. Tra il pubblico e i musicisti si crea un rapporto naturale e intimo, un legame indissolubile che solo la routine può interrompere. Ebbene, la sera del 3 marzo al Museo del Corso a Roma, uno di questi spazi ha preso forma e sostanza regalando emozioni in note. Protagonista della serata è Aldo Bassi Quartet. Un quartetto di musicisti dalle doti inconfondibili, per un salto nel passato del Jazz rivisitato in chiave moderna secondo le trame che le blue note oggi stanno intrecciando. Aldo Bassi suona quasi tutti i pezzi con la sordina, accorgimento tecnico che sperimentò Miles Davis e che ancora oggi dona allo strumento un timbro unico e sensuale. Non mancano i momenti in cui la voce della sua tromba risuona “senza freni”, un pezzo su tutti: “My Funny Valentine”, storico brano del ’37 divenuto poi uno Standard attraverso gli arrangiamenti di Chet Backer e dello stesso Miles Davis.

Aldo Bassi ripercorre alcuni dei pezzi del grande trombettista americano senza intaccare lo spirito e la forza delle canzoni che lo hanno reso famoso, ma infondendo nuove impressioni sonore. Prendono vita così brani storici come “Milestones”, “Blue in Green” e “If i were a bell”. La musica suonata dal quartetto racconta in special modo il periodo in cui la tromba di Miles Davis era affiancata dal sax di John Coltrane, in un viaggio “one shot” ricco di emozioni. Al fianco di Aldo Bassi ben si amalgamano il drumming soffuso e spiccato di Pietro Iodice, batterista sensoriale dal tocco unico, il Piano di Alessandro Bravo, che sorregge trame e filamenti di note in un susseguirsi di dinamismi, mentre il contrabasso di Stefano Nunzi ritaglia spazi solistici cadenzati e ricchi di variazioni tematiche. Qualche nota dedicata ai bambini spunta fuori all’improvviso e strizza l’occhio alla colonna sonora di Biancaneve e i sette nani. E’ “Some day my prince will come” il brano che avvicina anche i più piccoli alle note blue. Un’ora vola via tra fraseggi e accordi; quella “questione di stile” che Davis amava additare come unica musa ispiratrice nelle sue composizioni e negli arrangiamenti. Il quartetto chiude in uno scambio di soli forieri di un nuovo prossimo incontro, e noi saremo lì ad attenderli!

Vino da abbinare: le note jazzate di Aldo Bassi si accostano per l’estro creativo, al gusto pieno del Cerasuolo di Vittoria Docg prodotto dall’azienda vinicola Imakara. Un vino dal sapore morbido e armonico, che sprigiona profumi floreali e fruttati. Il giusto accostamento con le note ispirate del trombettista e compositore nostrano.

Foto: Roberto Panucci

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Paco de Lucia: tante “cositas buenas”

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Francisco Sánchez Gómez, in arte Paco de Lucia, è uno dei capisaldi della chitarra classica spagnola. Ma non solo. Paco de Lucia è riuscito a fondere ed intrecciare il Flamenco, il Jazz, la classica e la musica d’autore, regalando al suo pubblico le sette note in una veste nuova, sempre unica e irripetibile.
Questa commistione di generi in dolce armonia tra le sonorità gitane e le “blue note” è stata riproposta presso la Sala Santa Cecilia dell’Auditorium di Roma per una serata all’insegna della chitarra flamenca. Come di consueto, per i concerti del chitarrista spagnolo, il palcoscenico si trasforma e mostra scenari pittorici rivestiti di piante esotiche quasi a voler ricordare le sue terre Andaluse. E’ solo sul palco con la chitarra e ci saluta con il primo brano della serata: “Mi Niño Curro”. Le strutture ramificate del flamenco, sinuose e complesse si sciolgono come rivoli di note dalle dita di Paco. Il suo è uno stile inconfondibile. Freddo, quasi glaciale nello sguardo, ma così concentrato e caldo allo stesso tempo. Racconta la storia dei suoi figli e in particolare di “Antonia”, la piccolina alla quale dedica una canzone, una Buleria per l’esattezza, quasi una canzonatura che nasconde tutta la dolcezza e l’amore per lei.

Gli altri musicisti arrivano sul palcoscenico poco alla volta, in un ritmo cadenzato. Il battito di mani, risuonerà nella sala per tutta la serata. Le percussioni, anch’esse rigorosamente suonate con le mani, come la tradizione gitana vuole, sono arricchite dal basso elettrico di Alain Perez eclettico e virtuoso musicista cubano, e dalle melodie di un Antonio Serrano, sprigionate da una irriverente tastiera elettronica e dalla sua armonica che ben si amalgama alle sonorità gitane. Le voci di Duquende, una leggenda del cantautorato spagnolo e di David de Jacoba disegnano nella sala momenti di passione e sentimento. Non manca chi scandisce i passi del flamenco e sul palco fa la sua comparsa Farruco, un danzatore energico e passionale. Ad affiancare i fraseggi di Paco de Lucia un degno esponente del new flamenco style, Niño Josele.

La musica alterna alcuni palos tradizionali, vari stili di flamenco, sapientemente miscelati ai fraseggi Jazz di Pérez che scatena più volte il suo basso a cinque corde. Un de Lucia generoso che non si fa trasportare da troppi virtuosismi, lascia spazio alle capacità espressive e di improvvisazione dei compagni. Sono lontani i tempi del funambolico Trio con Al di Meola e John McLaughlin e la canzone spagnola trova il giusto spazio e le medesime emozioni della terra caliente del sud della Spagna. “Toca la viola” per due ore Paco, ma è di poche parole. Giusto il tempo di presentare i musicisti che lo hanno accompagnato in questo viaggio e chiedere al pubblico un applauso speciale per “Los Niños”, Antonia e Diego che lo seguono dalle prime file. Olè!

Vino da abbinare: l’Andalusia è il ponte tra due continenti e le uve prodotte in questa regione sono tra le migliori della Spagna. Tra queste il Palomino de Jerez con il quale si produce un ottimo Jerez, ovvero lo Sherry per gli inglesi. Ebbene la forte gradazione alcolica di questo vino liquoroso è l’accostamento più adatto per accompagnare la passione gitana del Flamenco.

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Perchè musica e vino

Il nome, “musicenology”, una crasi, una commistione di idee e percezioni, di rivoli di note ritmate dai profumi del vino, come fraseggi sul pentagramma.

Le emozioni che nascono da un “bicchiere” musicale inebriano l’anima,

Le emozioni che nascono da un “ascolto” di-vino intonano pensieri.

Galleria

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  • Francesca: l'ho ascoltato. i miei complimenti vanno ai musicisti, che hanno saputo regalarmi delle atmosf...
  • fred: una recensione che pare una degustazione. trovato per caso zibba tramite un mio amico da vino,...

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