Le dissonanze onomatopeiche di Marc Ducret
Ho sempre avuto la forte sensazione che i musicisti autodidatti avessero qualcosa in più. Forse perché pensano e si muovono fuori da alcuni schemi mentali ma anche perché sono alla continua ricerca di una sorta di riscatto per non aver avvicinato la musica nella maniera più “dotta”. Sta di fatto che non è scontato raccontare un incontro musicale strutturato alla maniera di Marc Ducret; chitarrista eclettico, d’avanguardia, autodidatta e soprattutto “free”. Con Ducret si cammina su un terreno fatto di atonalità che senza falsi timori arriva al “rumorismo” più sfrenato. Il viaggio musicale per conto del Free Jazz inizia con un dettaglio (Detail), un ritratto sonoro di un quadro raccolto dall’artista e trasportato in note. Il particolare pittorico è foriero di fraseggi dissonanti. Ducret imbraccia uno strumento di liuteria e si accompagna con due effetti, supporto onomatopeico alle tante timbriche che sfuggono dal Teatro Studio dell’Auditorium di Roma.
Il resto della serata procede mantenendo ferma quella sensazione di sospeso che le note lasciano trasparire. La chitarra di Ducret lascia dietro di sé gli esordi del musicista, fatti di partiture congelate sugli spartiti, per addentrarsi nei meandri del suono e dell’improvvisazione. A volte cupo, a volte armonico, a volte distorto, a volte velato e sordo, ridotto a minimi termini da un volume sempre più basso che lascia trasparire le vibrazioni metalliche della sei corde. Poi torna ai fraseggi, agli strappi controllati, agli strepitii dei magneti ritmicamente picchiettati. L’ultimo brano è come tutti gli altri; è una novella musicale che solca i mari della sperimentazione strizzando l’occhio e l’orecchio a qualche scala Jazz. Quel dettaglio dei primi minuti prende forma e allarga le vedute di tutti i presenti. Poi il quadro si ricompone pezzo dopo pezzo e Ducret, italiano stentato, saluta, si inchina assieme alla sua chitarra. Adesso, sembra strano, ma è difficile tornare ad ascoltare qualcosa di più “normale”.
Vino da abbinare: il fascino dell’improvvisazione ci ricorda il vino screziato Bigaro Rose di Elio Perrone, annata 2008. Un rosato piemontese, fascinoso e cangiante sia nei profumi che sul palato. Al morbido colore rosato si unisce una moderata briosità ed una fragranza elegante e diffusa, impregnata di rosa selvatica e di piccoli frutti, di fragole rosse e di gelatina di frutta.


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