Joe Bonamassa, bluesman dal cuore hard rock
Un paio di occhiali scuri, vezzo contro l’esuberanza dei riflettori, l’abito gessato scuro e la chitarra a tracolla che promette un inizio dalle forti venature hard rock. Joe Bonamassa giunge a Roma dopo tre anni di assenza e ben trenta chili di meno addosso, sale sul palco e scatena subito i due amplificatori Marshall che fanno da cornice alla sala Sinopoli. Ancora una volta protagonista l’Auditorium di Roma, dunque, per una rassegna monografica interamente dedicata al mondo della sei corde, che ci guiderà fino alla prossima estate.
Classe ’77, Bonamassa fa parte di quella generazione di bluesman che ha venduto l’anima al diavolo riservando però il cuore alle “blue note” del jazz e qualche sentore di giovinezza all’hard rock d’avanguardia. Oggi Joe riscuote quel successo seminato tanti anni fa quando, ancora dodicenne, calcava il palcoscenico a fianco di Danny Gatton, illuminato jazzista dalle grandi doti musicali. L’incontro con il Re del Blues, BB King, è stato determinante per la sua carriera solista. Il primo brano è di grande impatto sonoro. Note ripetute, suoni distorti ma molto controllati, il martello di “The Ballad of John Henry”, ultima fatica del chitarrista statunitense il quale mette subito in mostra le sue capacità vocali. Si scalda la voce e il pubblico, si scaldano le valvole degli amplificatori e un giovane batterista, Boogie Bowles, guida incessantemente la ritmica e il groove di questa ballata. Non si fanno aspettare le “note del diavolo” e il blues viscerale di “So it’s like that” prima e “So many roads” poi, lasciano cadere lo sguardo sulla mano sinistra di Joe che si esercita in fraseggi mozzafiato. Senza troppi convenevoli Joe sfila uno dietro l’altro alcuni suoi pezzi famosi alternati con alcuni brani tratti dal nuovo disco.
E’ con “Mountain Time” che il musicista ritrova l’intimità con lo strumento, lo sguardo teso verso la chitarra, riecheggiano melodie indiane, è solo sul palco e il pubblico è tutto per lui.
E’ il momento delle melodie acustiche e dei ricordi di infanzia quando gli studi classici formavano il giovane Joe. Ed è proprio con la sei corde acustica che sfoggia l’estro creativo e gli arpeggi corposi ma ricchi di profondità e melodia.
Il finale è dei più infiammati con un brano storico degli ZZ Top, “Just got paid”, per poi ricordare una band tanto cara ai rocker degli anni settanta. La chiusura, pubblico in piedi, per acclamare un medley dedicato a Robert Plant e compagni: Bonamassa alza il volume dei suoi amplificatori e inneggia ai Led Zeppelin! In prima fila, quasi uno sberleffo, la band dei Deep Purple al completo che però sembra gradire, senza offesa per nessuno, la dedica ai rivali di un tempo.
Non ci siamo fatti sfuggire l’occasione di intervistare Steve Morse, attuale chitarra dei Deep Purple, il quale ci ha rivelato che presto uscirà un suo nuovo progetto realizzato assieme alla Steve Morse Band. Insomma una serata di musica da ricordare e incontri da tenere a mente per un prossimo strepitoso concerto!
Vino da abbinare: il blues al cardiopalma di Bonamassa deve essere contrastato dalle uve californiane del Cabernet Sauvignon prodotto da Beringer (anno 1999). La riserva privata di questo nettare made in usa scivola via verace e scorre come sangue nelle vene. Un vino forte, che sprigiona i profumi del sole della Napa Valley.

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